da Eschilo
con un coro da Derek Walcott
e con le parole di Roberto Calasso,
il pensiero di Robert Graves, Karoly Kereny,
Giulio Guidorizzi
e l'eterna presenza di Samuel Beckett

perché le supplici


Difficile di questi tempi, con quanto sta accadendo nel Mediterraneo, parlare di un’opera come le Supplici di Eschilo senza rivolgere in qualche modo gli occhi all’Egitto, alla Libia, a quello che accade e a quello a cui la Vecchia Europa dovrà molto probabilmente prepararsi: accoglienza, vicinanza, assistenza nei confronti dell’ennesima massa di diseredati e vinti dalla storia. Ancora una volta un’umanità in fuga dalla guerra, dal sangue, dall’efferata violenza di un mondo che nel tentativo di affermare la propria sete di maggiore giustizia tende anche a mostrare le proprie intrinseche debolezze, le contraddizioni, la stanchezza e il peso di una storia faticosa da sostenere. Ci sentiamo ovviamente vicini a tutti e agli sconfitti in particolar modo. Ma pure dobbiamo rendere conto di un lavoro iniziato molto tempo fa e che del capolavoro di Eschilo ha inteso sottolineare altri aspetti. Supplici è la storia di un nostos, di un ritorno a casa dopo un esilio lunghissimo, iniziato in un tempo prima del tempo, in un mondo prima di questo nostro mondo. Ma un solo capitolo della originaria trilogia eschilea ci è rimasto e l’idea è stata quella di colmare la lacuna. Quello che abbiamo è la storia di una decisione sofferta per la quale un re interpella il suo popolo. Ed è il trionfo dell’accoglienza poiché quel popolo, il popolo di Argo, è pronto ad affrontare una guerra contro un nemico assetato di vendetta pur di garantire alle Danaidi in fuga un felice futuro. Ma accanto a tutto questo, temi a lungo sviscerati dalle molte precedenti messe in scena e da infinite pagine di studi, altre forze animano un testo misterioso e ambiguo come solo un altro di Eschilo sembra essere: il Prometeo incatenato, altro capitolo di una monca trilogia. Innanzi tutto colpisce Danao, il re di Libia padre delle cinquanta fanciulle, che non intende darle in sposa ai cinquanta nipoti d’Egitto. Un padre che pensa prima al bene delle sue figlie e alla loro felicità piuttosto che alla ragion di stato. Un padre che, quando verso la fine si piega e convince le giovani ad accettare le nozze, dona loro il pugnale con il quale taglieranno le teste ai loro sposi. E poi c’è l’accorto dialogo condotto dalle Danaidi al fine di estorcere il diritto d’asilo - ci sentiamo di poterlo dire seppur forzando un poco i termini della questione - ad un sempre più indifeso Pelasgo. Non dimentichiamo la minaccia, per la quale, se l’accoglienza venisse negata, le fanciulle penderebbero impiccate alle statue degli dei. Il sovrano è cinto d’assedio da una consapevolezza schiacciante: il suo affidare la decisione al popolo suona come l’estremo tentativo di rimandare il più possibile una scelta che a lui pesa, ma che non può in alcun modo portare altrove, una volta che è stato condotto dall’abilità retorica delle giovani e da una giustizia superiore a offrire una casa per ciascuno, un luogo dove poter stare in pace. Eppure, una volta presa la decisione, Pelasgo si mostra risoluto nel farla rispettare: la sua coscienza sembra aver trovato pace nella misura in cui ha fatto la scelta giusta, l’unica possibile. Da questo momento comincia il nostro tentativo di ricostruzione basato sullo studio e l’interpretazione del mito e che ha prodotto anche la parte iniziale del dramma in cui, di quel mito, si narrano gli inizi. Il matrimonio, fino a quel momento evitato, si consuma, e con esso l’eccidio. Si dice che le Danaidi vennero per questo punite, ma in che modo? Donando l’acqua, che è la vita, ad una terra arida, la loro patria originaria, Argo. Le parole conclusive, pronunciate dalla voce del Mito stesso, parlano chiaro e dicono la grandezza del cuore della donna, un cuore di cui per tutta la tragedia sembra essere stata messa in scena solamente l’ambiguità. Lo si dice all’inizio: per Elena si combatté la guerra delle guerre. La tragedia greca ci mostra continuamente figure femminili immense, detentrici di una forte carica di ambiguità e alle quali è affidato quasi sempre il messaggio sovversivo, ma anche innovativo, dell’ordine. Ma la tragedia, così come l’Iliade, e il catalogo non si arresta certo qui, l’hanno scritta gli uomini, i quali, come ci piace immaginare, avranno colto nel sorriso della donna, nei suoi sguardi, armi ben più forti delle spade e delle lance. Il guerriero che tornava cosparso del sudore della polvere e del sangue dei nemici, che era sopravissuto alla violenza dell’assalto, crollava davanti agli occhi della sua donna. E forse in questa forza silenziosa trovava una sorta di minaccia alla sua presunta - e pretesa - solidità, una minaccia che in molti casi sarà esorcizzata con l’esclusione, la ghettizzazione o il maltrattamento. Altre volte invece, si pensi su tutti a Dante, quella “pericolosa” bellezza la si è cantata dicendone la meraviglia. Ed è a questa meraviglia, al coraggio di madri e mogli, amanti e amiche, e - in questi giorni - di giovani studentesse, Antigoni di Tripoli, Il Cairo, Tunisi, che questo lavoro è, prima che a tutti gli altri, dedicato.